TOY STORY
Quant’è bello tornare indietro negli anni della propria infanzia, rivivere quelle emozioni così semplici e ingenue ma assolutamente profonde e spontanee che solo un cartone animato dei nostri tempi sapeva donarci? Toy story, al 99° posto della classifica AFI, ha per me questo potere. Avevo ancora sette anni quando uscì al cinema, e ancora ricordo –e provo, nel rivederlo- una piacevole sensazione di esaltazione e gioia insieme. I giocattoli sono vivi, e vogliono essere i nostri preferiti! All’epoca fu per me un mezzo shock, lo ammetto; quando rientravo in camera avevo sempre un certo timore nell’afferrare la Barbie e cominciare a giocare. Temevo potesse cominciare a parlarmi. Dolce, dolcissima ingenuità, quanto mi manchi! Ma torniamo al film…
Per noi figli degli anni ’80 che abbiamo vissuto il suo esordio in prima persona -vedendolo proiettato per la prima volta al cinema-, viene facile considera
rlo un classico nonostante la sua giovane età. Di Toy story si potrebbe parlare per ore e pubblicare libri su libri. Era il 1995, e la Pixar (in collaborazione con Walt Disney), dopo ben 4 anni di lavorazione, tenta il colpaccio che all’epoca aveva proprio dell’incredibile: produce il primo lungometraggio animato creato completamente in computer grafica. Si assiste così al rapido passaggio del testimone tra il vecchio e il nuovo, si passa inesorabilmente dalla tradizione all’avanguardia, dove il rapporto tra i due protagonisti, Woody –il cowboy- e Buzz –lo space ranger- è in tal senso emblematico ed esplicitamente metaforico: la novità supera l’obsoleto. Ma ciò non significa che il vecchio debba necessariamente scomparire, no. Toy story è sì ambasciatore di una nuova epoca, ma ancora non abbandona il metodo del raccontare una storia. Le canzoni –in via d’estinzione per i film d’animazione- hanno un ruolo preminente, sono studiate e danno il giusto pathos alle scene salienti, mentre lo sviluppo della storia è ancora ben definito e articolato. Si avvicina a poco a poco l’era della motion picture che darà vita, ad esempio, a Gollum (de Il Signore degli anelli) e Hulk. Diciamo che Toy story si affaccia al futuro, ma da una finestra del passato.
Là dove c’è un gran successo, il più delle volte ci sono dietro grandi personaggi, in questo caso si tratta degli interpreti/doppiatori. Chi dà fiato alla voce di Woody è infatti il celebre Tom Hanks al suo primo doppiaggio -che gli aprirà la strada verso altre animazioni come Polar express e Cars-, mentre la voce italiana è invece di Fabrizio Frizzi; il simpatico attore televisivo Tim Allen è Buzz Lightyear, per noi Massimo Dapporto; Wallace Shawn, grande commediografo e attore americano, dà la sua voce al dinosauro insicuro Rex, insieme a Carlo Valli –l’inconfondibile Robin Williams versione italiana-. E ancora, Jhon Lesseter alla regia, direttore creativo della Pixar e dei Walt Disney Studios dal 2005. Infine, ultimo ma non meno importante –anzi!-, Joel Cohen tra le firme della sceneggiatura. Insomma, un cast di tutto rispetto.
GUARDA ANCHE IL TRAILER ORIGINALE E ASCOLTA LE CANZONI DI RICCARDO COCCIANTE!
SCHEDA
Titolo originale: Toy Story. Anno: 1995. Genere: Animazione, commedia. 81 min. Colore. USA. Regia: John Lasseter. Soggetto: John Lasseter, Peter Docter, Andrew Stanton, Joe Ranft. Sceneggiatura: Joss Whedon, Andrew Stanton, Joel Cohen & Alec Sokolow. Fotografia: Louis Rivera. Musica: Randy Newman. Produzione: Walt Disney Pictures/Pixar Animation Studios. Interpreti: Tom Hanks-Fabrizio Frizzi; Tim Allen-Massimo Dapporto, Don Rickles-Angelo Nicotra, Wallace Shawn-Carlo Valli, Jim Varney- Piero Tiberi.
RICONOSCIMENTI
ACADEMY SPECIAL ACHIEVEMENT AWARD 1995: Oscar per il Primo lungometraggio interamente animato al computer (John Lasseter).
KANSAS CITY FILM CRITICS CIRCLE AWARDS 1996: Miglior film d’animazione (John Lasseter).
Toy story è un film che ha stupito tutti, adulti e bambini.
La prima cosa che saltava all’occhio (anche all’occhio dei bambini, naturalmente) era la diversità dei disegni, dovuti alle nuove tecniche grafiche del mitico Studio Pixar: uno studio Disney, ma distaccato dagli studi “ordinari”, che, purtroppo, proprio a partire da quegli anni avrebbero iniziato un declino pauroso. [Rammento che dopo opere d'arte come La Sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin e Il re Leone, abbiamo avuto Pocahontas, Tarzan e pellicole via via sempre peggiori.]
Il disegno Pixar saltava all’occhio per la sua diversità e spigolosità: un tratto grafico che sulle prime poteva risultare un po’ ostile – specie per bambini (ed ex bambini) abituati ai pastelli de La spada nella roccia e La bella addormentata nel bosco – ma che era dovuto alla difficile familiarizzazione con una tecnica neonata e molto difficile: l’uso esclusivo del digitale.
Quello che, nel corso del film, riusciva ad eliminare questo senso di ostilità, era – a mio avviso – la geniale trovata dei grafici di fare un cartone che fosse graficamente autoironico. In altre parole, laddove la tecnica non consentiva di disegnare dettagli alla perfezione, piuttosto che gettarsi in missioni impossibili (cfr. i filmati di animazione orrendi che fanno da cornice a molti videogiochi), ci si accontentava. (es. Gli esseri umani sono abbastanza orribili, ma sono comunque entrati nell’immaginario.) Del resto, l’idea stessa di usare dei giocattoli come protagonisti (che sono facili da disegnare perché intrinsecamente stilizzati) potrebbe forse ricondursi alla stessa necessità.
Venendo poi alla storia di per sé, che di certo è quella che può colpire di più un bambino, è innegabile che si tratti di una delle più riuscite della Disney. L’idea dei giocattoli che prendono vita quando sono da soli nella stanza (presa in prestito forse da topini parlanti con giacchetta e cappellino, o da orologi maggiordomi e candelabri sciupafemmine, ma comunque originale) stimola immediatamente la fantasia e il coinvolgimento dei bambini, che sono portati a sognare intorno a qualcosa che è il loro mondo strettamente quotidiano. L’avventura che viene poi delineata nel corso del cartone è rafforzata da un tratteggio dei personaggi molto intelligente. Woody e Buzz Lightyear sono due protagonisti di cartone animato molto moderni, psicologicamente complessi e divertenti, ma non per questo irrazionali, squilibrati e demenziali come altri “colleghi” dell’animazione contemporanea. (Penso a tutti quei personaggi che cercando di far ridere ad ogni costo, mettono in scena sketch surreali, anacronistici, che non hanno niente a che vedere col cartone o con l’epoca in cui la storia del cartone è ambientata: un pessimo genere da cui si salva solo Shrek per la consapevole e volutamente eccessiva dose di idiozia.)
Insomma, non mi dilungo oltre, anche se questi ed altri temi potrebbero essere approfonditi. Concludo.
Toy story è un eccellente cartone, che ha lanciato una nuova tecnica di animazione, ma anche un nuovo (buon) gusto nel realizzare cartoni animati. Una tendenza che ha colmato l’infelice declino della Disney, e che ci è stata confermata da altri cartoni Pixar che si fanno ricordare molto volentieri, compreso – da ultimo – il bellissimo terzo capitolo di quella che potremmo chiamare una saga.
E’ sempre interessante saperne di più, specie attraverso l’occhio critico di un regista agli esordi come te! =) Grazie Giorgio!!
Unica pecca: la voce di Frizzi, uomo insopportabile
Anche x un cartone animato?
Certo che, in lingua originale con Tim Allen e Tom Hanks, dev’essere tutt’un altra storia…!!