IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE
Dall’immaginario cinematografico del noir con l’immancabile sguardo di un Bogart ora inflessibile, ora furente, negli anni ’70 si sviluppa un nuovo genere che appassionerà fin da subito il pubblico in sala, il poliziesco. E, Il braccio violento della legge, è uno dei capostipite di questa corrente che, come spesso accade, è tratto da un romanzo, l’omonimo libro di Robin Moore. Discendente diretto dei noir e dei gialli, il poliziesco abbandona quel velo di mistero e lunghi silenzi ad effetto, per abbracciare la prima concezione –cinematografica- di azione. Il dinamismo si confonde in una carrellata di fatti e di corse, e quelli che prima erano modi bruschi, qui diventano tendenzialmente volgari e diretti. Nessuna smanceria, nessun riguardo. I poliziotti e/o i detective hanno altro a cui pensare, devono risolvere i casi ad ogni costo, senza guardare in faccia nessuno; vanno dritti verso l’obiettivo che, più di una lotta all’illegalità, è più che altro una sfida personale tra il cattivo e il poliziotto (che non sempre è il buono).
Gli inseguimenti sono il punto focale di questo genere, attorno al quale ruota appunto la corsa all’indagato –che puntualmente scappa-. Ed è proprio in Il bracci
o violento della legge, che si assiste a uno dei più famosi inseguimenti della storia del cinema (che verrà ripreso più e più volte): l’inseguimento della metropolitana sopraelevata da una macchina qualsiasi, nel bel mezzo del traffico della periferia di New York. Due poliziotti della narcotici hanno per le mani un caso scottante di spaccio internazionale di stupefacenti; basandosi solo su alcuni indizi, seguono le tracce di un abile trafficante e dei suoi complici. I lunghi appostamenti per seguire passo a passo le loro mosse, la pazienza dell’attesa per incastrarli e gli incessanti inseguimenti ora a piedi, ora in macchina, porteranno i due poliziotti e l’intera squadra direttamente sul luogo dello scambio, nonostante la grande abilità del trafficante marsigliese nel far perdere le proprie tracce.
William Friedkin muove abilmente le sue pedine-attori su una scacchiera ben studiata, dove le inaspettate mosse dei singoli si ripercuotono fatalmente sul risultato della partita, in cui l’happy ending non è troppo scontato e, qualora ci fosse, lascia con l’amaro in bocca.
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SCHEDA
Titolo originale: The french connection. Anno: 1971. Genere: Poliziesco. 100 min. Colore. USA. Regia: William Friedkin. Soggetto: Edward M. Keyes, Robin Moore. Sceneggaitura: Ernest Tidyman. Fotografia: Owen Roizman. Musica: Don Ellis, Jimmy Webb. Produzione: Philip D’Antoni. Interpreti: Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider, Tony Lo Bianco, Marcel Bozzuffi, Marcel Bozzuffi, Frédéric de Pasquale, Bill Hickman, Ann Rebbot, Harold Gary, Arlene Farber, Eddie Egan.
RICONOSCIMENTI
NEW YORK FILM CRITICS CIRCLE AWARD 1971: Miglior attore protagonista (Gene Hackman).
ACADEMY AWARDS 1972, Oscar per: Miglior film (Philip D’Antoni), Miglior regia (William Friedkin), Miglior attore protagonista (Gene Hackman), Miglior sceneggiatura non originale (Ernest Tidyman), Miglior montaggio (Gerald B. Greenberg).
GOLDEN GLOBE 1972: Miglior film drammatico, Miglior regia (William Friedkin), Miglior attore in un film drammatico (Gene Hackman).
DAVID DI DONATELLO 1972: Miglio film straniero (Philip D’Antoni).
KANSAS FILM CRITICS CIRCLE AWARD 1972: Miglior film, Miglior attore protagonista (Gene Hackman).
NATIONAL BOARD OF REVIEW AWARD 1972: Miglior attore protagonista (Gene Hackman).
PREMIO BAFTA 1973: Miglior attore protagonista (Gene Hackman), Miglior montaggio (Gerald B. Greenberg).
Brava Roby ben fatto…..^_^